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L’ Unione Europea e gli Stati Uniti stanno negoziando un accordo commerciale e non solo, di cui poco si parla e di cui pochissimo si sa.
L’ acronimo TTIP sta per “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, in italiano Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti.
Come dicevamo pochi sanno dell’ esistenza del TTIP e ancora meno a quali conseguenze porterà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti e quali cambiamenti nell’ economia, nell’ ambiente e nel tessuto sociale dei singoli stati.
Nonostante il TTIP sia in corso di negoziazione dal 2013, ad oggi, non esiste un documento ufficiale completo che spieghi nel dettaglio di cosa si tratti e le poche informazione che circolano provengono dal sito della Comunità Europea, la cui attendibilità è in dubbio essendo questa parte in causa, o da più o meno attendibili “Leaks” o scoops giornalistici.
Sicuramente l’ argomento è molto controverso.
Agli “incensatori” che lo osannano perché dicono che faciliterebbe i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti, portando opportunità economiche quindi aumento delle esportazione e più posti di lavoro, si contrappongono gli scettici o i contrari, che pensano che il trattato causerà la perdita di sovranità degli stati membri, portando le loro legislazioni a piegarsi e modellarsi alle leggi del libero scambio stabilite e decise dalle grandi aziende e multinazionali ed a favore dei loro interessi economici.
Certo è che non si stia usando tutta la trasparenza possibile ed il fatto che siano a tutti gli effetti negoziati segreti non è di buon auspicio.
La Commissione Europea scrive sul suo sito “…stiamo negoziando il TTIP nel modo più trasparente possibile”.
O si è trasparenti o non lo si è. Se lo si è in parte, o non si vuole esserlo, o c’ è qualcosa o qualcuno che ce lo impedisce.
Cerchiamo, per quanto possibile di scoprire di più sul TTIP.

La Comunità Europea nel documento di 18 pagine che ha deciso di rendere noto lo scorso 9 Ottobre (l’ unico ufficiale) dice che l’ accordo ha l’ obiettivo dichiarato di «aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali».

Il documento individua tre aree di intervento principali:
1 – accesso al mercato
2 – ostacoli non tariffari
3 – questioni normative
ACCESSO AL MERCATO
Riguarda quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici.
Si prevede l’ abolizione di tutti i dazi sugli scambi di merci tra Europa e Stati Uniti.
La liberalizzazione coprirà sostanzialmente tutti i settori e si prevede anche di «assicurare un trattamento non meno favorevole per lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello accordato alle proprie società, consociate o filiali». I servizi audiovisivi non sono inclusi.
La liberalizzazione riguarderà anche gli appalti pubblici per «rafforzare l’accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco». Insomma aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa.
C’ è inoltre una capitolo, pericolosissimo, sugli investimenti e la loro tutela: nel negoziato è previsto l’inserimento dell’arbitrato internazionale stato-imprese (il cosiddetto ISDS, Investor-to-State Dispute Settlement). Si tratta di un meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali.
OSTACOLI NON TARIFFARI
Col TTIP si vuole «rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione».
Gli ostacoli non tariffari sono le misure adottate da un mercato per limitare la circolazione di merci, che non consistono nell’ applicazione di tariffe, come i limiti quantitativi, le barriere tecniche e di standard cioè di regolamento. Un esempio: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nella Comunità Europea è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo. Questo vincolo verrebbe tolto.
QUESTIONI NORMATIVE
Questo punto prevede un miglioramento della compatibilità normativa ponendo le basi per regole globali. È piuttosto generico, ma si dice che sono compresi i diritti di proprietà intellettuale. Si dice poi che vanno favoriti gli scambi «di merci rispettose dell’ambiente e a basse emissioni di carbonio», che vanno garantiti «controlli efficaci, misure antifrode», «disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato». Si dice che l’accordo deve trattare la questione «dei monopoli di stato, delle imprese di proprietà dello stato e delle imprese cui sono stati concessi diritti speciali o esclusivi», e le questioni «dell’energia e delle materie prime connesse al commercio». L’accordo deve includere «disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese» e «deve contemplare disposizioni sulla liberalizzazione totale dei pagamenti correnti e dei movimenti di capitali».
Questo è in breve quanto dice il documento ufficiale della Comunità Europea.
Dall’ analisi di questo sono emerse, come dicevamo, due posizioni; quella favorevole all’ accordo e quella invece contraria.
Quelli favorevoli citano studi di enti privati che hanno concluso che l’accordo avrà benefici sia per gli Stati Uniti che per l’ Europa. Dicono per esempio che ci sarebbe un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Questi studi hanno anche stimato che il PIL mondiale aumenterebbe tra lo 0,5 e l’ 1 per cento e aumenterebbe anche quello dei singoli stati. Poiché aumenterebbe la concorrenza, si avrebbero anche benefici sull’ innovazione e il miglioramento tecnologico. Si avrebbero infine benefici derivanti dalla semplificazione burocratica e delle regolamentazioni.
Vari soggetti ed associazioni si oppongono invece all’ accordo.
Come detto in precedenza, una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia il Center for Economic Policy Research di Londra, che questi gruppi non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Si sostiene anche che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027.
Un altro punto principale di tutte le analisi contrarie è comunque che l’armonizzazione delle norme tra Unione Europea e Stati Uniti sarebbe fatta al ribasso per l’ europa, conformandosi a quelle americane, a vantaggio non dei consumatori ma delle grandi aziende. Questo porterebbe a conseguenze devastanti tra le quali:
– I diritti fondamentali dei lavoratori rischierebbero di venire seriamente minacciati poiché, mentre i paesi della Comunità Europea hanno adottato le normative dell’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO), gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali.
– Perdita di posti di lavoro poiché l’ eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali. A sostegno di questa critica c’ è l’ esperienza del NAFTA (North American Free Trade Agreement) cioè il trattato di libero scambio commerciale stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico. Il NAFTA è stato controverso sin da quando fu proposto. Società transnazionali hanno teso a sostenere il NAFTA nella convinzione che dazi doganali inferiori avrebbero aumentato i loro profitti. I sindacati in Canada e negli Stati Uniti si sono opposti al NAFTA a causa del timore che i posti di lavoro venissero trasferiti fuori del paese a causa del minore costo del lavoro in Messico. Gli agricoltori del Messico si sono opposti e si oppongono tuttora al NAFTA perché i pesanti sussidi all’agricoltura a favore degli agricoltori negli Stati Uniti hanno causato una pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando molti agricoltori a lasciare la loro attività. Gli stipendi sono diminuiti fino al 20% in alcuni settori. Inoltre dai 20 milioni di nuovi posti di lavoro previsti dalle analisi, il trattato ha portato invece alla perdita di circa un milione di impieghi.
– L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM.
– Il trattato avrebbe conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che con le multinazionali non potrebbero reggere la concorrenza.
– Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (class action, indennizzazione monetaria). Oltre alla questione degli OGM, questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking o fatturazione idraulica (perforazione del terreno fino a raggiungere le rocce che contengono i giacimenti di gas naturale iniettando successivamente un getto ad alta pressione di acqua mista a sabbia e altri prodotti chimici per provocare l’emersione in superfice del gas) e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori.
– I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva. Sarebbe a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza.
– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere.
– Una delle questioni più controverse riguarda la clausola ISDS, cioè l’ arbitrato internazionale stato-imprese introdotto dal TTIP che prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti. Ci sono già molti casi a riguardo: nel 2010 e nel 2011 Philip Morris ha utilizzato questo meccanismo contro l’Uruguay e l’Australia e le loro campagne anti-fumo; nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco chiedendo 4,7 miliardi di euro contro la decisione di abbandonare l’energia nucleare. Le aziende potrebbero quindi opporsi alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza, reclamando interessi davanti a tribunali terzi qualora la legislazione di quei singoli paesi riducesse la loro azione e i loro futuri profitti.
Concludendo, ritengo questo un accordo dannoso per i diritti dei soggetti che lo subiranno e per la difesa delle classi sociali più deboli.
Penso che sia in atto un ulteriore tentativo di esautorare le sebbene imperfette istituzioni della democrazia e la già minata sovranità popolare a favore della sovranità del mercato.
Significativo è quanto dichiarato da JP Morgan, la più grande banca d’ affari americana, condannata tra l’ altro per l’ affare Madoff, in un testo ufficiale uscito nel Maggio 2013, di cui nulla si è visto e quindi poco si è parlato, che recita:
“I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.
Una quanto meno discutibile ingerenza e un pericolosissimo “…liberatevi delle vostre costituzioni sinistroide e anti fasciste”.

Kurtis Blythe

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