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Il 9 ottobre del 1963, in Italia, nel Friuli, accadeva il disastro del Vajont di cui nel nostro paese c’è poca memoria.
Il disastro del Vajont fu l’evento occorso la sera del 9 ottobre 1963 nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, a causa della caduta di una colossale frana dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque del sottostante e omonimo bacino lacustre alpino. La conseguente tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago, e il superamento della diga, provocarono l’ inondazione e la distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone, e la morte di 1.917 persone.
Il disastro causato dalla frana coinvolse anche Erto e Casso, cittadine geograficamente opposte a Longarone, vicino alla nuova riva del lago artificiale del Vajont dopo la costruzione della diga. In particolare il paese di Erto fu colpito dall’onda, che si creò successivamente al crollo di una parte del Monte Toc, opposta a quella che precipitò nella stretta vallata e investì Longarone.
La tragedia, dopo numerosi dibattimenti, processi e opere di letteratura, può ricondursi alla negligenza dei progettisti e alla SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono e coprirono la non idoneità dei versanti del bacino; essi infatti avevano caratteristiche morfologiche tali da non renderle adatte a un serbatoio idroelettrico, a causa della incoerenza e alla fragilità dei versanti del Monte Toc. Nel corso degli anni l’ente gestore e i loro dirigenti, pur a conoscenza della pericolosità, coprirono con dolosità i dati a loro conoscenza, con beneplacito di vari enti a carattere locale e nazionale, dai piccoli comuni interessati fino al Ministero dei Lavori Pubblici.
“La storia del procedimento giudiziario, sul filo della prescrizione: un processo fortemente politico che delude i sopravvissuti ma riconosce le responsabilità della SADE, dell’ ENEL ed anche dello Stato”. Questa l’ opinione del giudice istruttore Fabbri.
PERCHE’ LA FRANA ERA PREVEDIBILE (intervista a Mario Passi, inviato dell’ Unità)
Il processo Vajont è terminato quasi sette anni e mezzo dopo il disastro, 14 giorni prima di cadere in prescrizione. Un procedimento giudiziario che ha deluso i sopravvissuti per le le condanne a pochi anni, lievi se rapportate agli effetti dell’ondata. La giustizia però ha riconosciuto la prevedibilità dell’evento: la SADE (poi ENEL) sapeva. E, cosa rarissima in Italia, ha riconosciuto responsabile, tra gli altri, anche lo Stato.
La magistratura aveva aperto l’inchiesta appena tre giorni dopo il disastro del 9 ottobre 1963. In parallelo si muovono le indagini tecniche e amministrative.
Le Commissioni d’inchiesta. Il 14 ottobre il ministro dei Lavori pubblici nomina una Commissione che esamini il comportamento degli organi ministeriali. Di lì a tre mesi, le conclusioni: “non regolare funzionamento degli uffici”; gravi negligenze da parte della SADE e carenze nei controlli statali. Saltano delle teste: vengono subito sostituiti i prefetti di Belluno e di Udine, il capo del Servizio dighe Francesco Sensidoni, il presidente della IV sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Curzio Batini e il capo del Genio civile Almo Violin. L’impressione che lo Stato faccia sul serio dura poco, però.
Appena arrivato a Belluno, il nuovo capo del Genio civile denuncia gli ex responsabili della centrale del Colombér, presso la diga del Vajont: la centrale era in funzione dall’inizio del 1963, nonostante la SADE non avesse ancora ottenuto l’autorizzazione. In Dicembre il pretore commina un’ammenda di duecentomila lire al solo direttore della centrale.
Solo dopo più di sette mesi dalla tragedia viene costituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, che deve accertare le cause del disastro. Un anno dopo, la conclusione: il disastro non era prevedibile. Pci e Psi si dissociano, presentando ciascuna una relazione di minoranza. È la prima grossa delusione per i sopravvissuti, che nel frattempo, a Longarone, stanno lottando per ricostruire il proprio paese.
La prima perizia: la frana non era prevedibile. Il giudice dell’istruttoria preliminare Mario Fabbri (all’epoca è ancora in vigore il il “vecchio” codice di procedura penale) pone una serie di quesiti tecnici alla commissione di periti. Devono essere questioni davvero molto complesse, perché gli esperti, prima di rispondere, fanno passare due anni. Due anni preziosi, visto che i termini per la prescrizione sono abbastanza stretti (aprile 1971).
Le conclusioni, quando arrivano nel dicembre 1965, sono “letteralmente disastrose per l’accusa”, dice Odoardo Ascari, avvocato di parte civile: il disastro non era prevedibile. Tutte le responsabilità risalivano al periodo tra gli ultimi giorni di settembre e il 9 ottobre, quando il bacino era ormai proprietà dell’Enel: e con esso, l’onere del risarcimento danni.
La seconda perizia. All’estero, per forza. Per il giudice Fabbri, le conclusioni sono tuttavia inficiate da “errori e omissioni”. Serve un’altra perizia. In Italia, però, è impossibile trovare esperti di livello indipendenti dalla Sade e disponibili a far parte del collegio. Mario Fabbri va a cercarli all’estero, in Svizzera e in Francia. L’unico perito italiano è Floriano Calvino.
Lo stesso problema lo sperimenta l’amministrazione di Longarone: «Potentissime forze – afferma il sindaco Giampietro Protti – si muovono contro di noi. Abbiamo cercato per tutti gli Atenei e non abbiamo trovato un docente, uno solo, disposto a redigere la perizia di parte per conto del Comune».
Le conclusioni della seconda perizia (ormai è il 23 giugno 1967) probabilmente salvano il processo: sì, la frana era prevedibile.
La sentenza istruttoria. Il 21 febbraio 1968 Mario Fabbri deposita la sentenza istruttoria. L’accusa: disastro colposo di frana aggravato dalla prevedibilità dell’evento, inondazione e omicidi colposi plurimi.
Vengono rinviate a giudizio 11 persone.
Il comportamento della SADE, si legge nella sentenza, era stato dettato dal fatto che essa “non poteva affrontare il rischio di un severo controllo sul Vajont perché ciò avrebbe significato indagare sull’intero impianto (Piave, Boite, Maè, Vajont) o forse avrebbe comportato la revoca della concessione per gravi inadempienze alle leggi con le relative conseguenze di ordine patrimoniale e politico”. Il giudice istruttore segnala anche la collusione tra i tecnici dell’ENEL-SADE e i funzionari ministeriali tramite pressioni e scambi di favori.
Il processo trasferito all’Aquila. Tutto è ormai pronto perché il processo inizi. Il 10 maggio del ’68, però, la Cassazione lo trasferisce all’Aquila per legittima suspicione. A Belluno la gente è troppo coinvolta, potrebbero nascere dei disordini e il processo rischierebbe di non svolgersi serenamente. Per i sopravvissuti e i parenti delle vittime, la decisione della Cassazione è un’offesa e un’ altra ferita. Senza contare che da Longarone all’Aquila sono quasi 700 chilometri. Secondo il giudice Fabbri, invece, il trasferimento si rivela una cosa positiva, perché sottrae il procedimento ai condizionamenti dei centri di potere veneti. Ecco le sue parole:
Lo Stato, nel processo Vajont, si trova in una posizione difficile, perché è insieme parte civile (chiede cento miliardi di danni agli imputati ENEL e SADE), giudice e imputato.
L’ENEL, danneggiato o imputato? L’ENEL, in teoria il maggiore danneggiato (dal punto di vista patrimoniale) dal disastro del Vajont, si comporta quasi da subito esclusivamente come imputato.
Pochi giorni dopo il 9 ottobre contesta alla SADE di avergli venduto un impianto qualificato come “bene elettrico” (capace quindi di produrre energia) che si è invece rivelato inservibile. L’istruttoria sulla presunta truffa si conclude però con un’archiviazione.
Dopo questa prima reazione, l’ENEL cambia completamente atteggiamento: non solo finisce di pagare gli indennizzi per la nazionalizzazione all’ex SADE (che nel frattempo è diventata Montedison), ma non si inserisce nemmeno nei procedimenti penali e poi civili come parte civile.
Nel 1967, infine, propone ai sopravvissuti del Vajont una transazione da dieci miliardi di lire, purché il 90% di loro si ritiri dal processo in cui l’Enel compare come imputato. Insieme all’ex Sade: ma la Montedison non intende contribuire economicamente alla transazione.
La transazione. Tre milioni di lire per la perdita di un coniuge. Un milione e mezzo per il figlio, 800.000 lire per il fratello o la sorella conviventi. E così via. Mancano quattro anni alla prescrizione e non c’è ancora nemmeno la sentenza di primo grado. La ricostruzione va a rilento, i soldi dallo Stato tardano ad arrivare. Uno alla volta, firmano quasi tutti. In Cassazione, di lì a quattro anni, restano meno di cento parti civili. All’inizio, erano in quattromila. “Ho conosciuto persone, ricorda Mario Passi, inviato dell’Unità al processo, che per inerzia hanno firmato la transazione con l’ENEL ma non hanno mai voluto toccare una sola lira del risarcimento depositato in banca a loro nome”.
Primo grado: un giorno di carcere per ogni morto. La sentenza di primo grado, il 17 dicembre 1969, è uno schiaffo ai sopravvissuti del Vajont. “Un giorno di carcere per ogni morto”, protestano. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta, sono esclusi i reati di frana e inondazione. L’ex Sade (ora Montedison) è esonerata da ogni responsabilità civile in relazione ai danni causati dall’ondata, e così lo Stato: l’onere ricade tutto sull’Enel. Le condanne (sei anni di reclusione ai tre imputati principali,Alberico Biadene, Curzio Batini e Almo Violin) si riferiscono in sostanza solo al mancato allarme. Stando alla sentenza di primo grado, secondo Odoardo Ascari, avvocato di parte civile, non spettava alcun risarcimento “né ai privati, per i danni alle cose, né allo Stato, per le opere pubbliche, né al comune di Longarone”.
Secondo grado: il disastro era prevedibile. Il processo di appello, un anno dopo, ribalta la sentenza di primo grado. Commina pene lievi (Alberico Biadene viene condannato a sei anni, Francesco Sensidoni a quattro anni e sei mesi), ma riconosce la responsabilità degli imputati per i reati di frana, inondazione e omicidi colposi. Stabilisce la prevedibilità del disastro. Sancisce la responsabilità dei manager sia prima che dopo il passaggio della diga dalla Sade all’Enel e la connivenza dei responsabili degli apparati dello Stato: con tutte le conseguenze che ciò comporta, a livello di responsabilità civili.
La sentenza definitiva. La sentenza di Cassazione arriva 14 giorni prima della prescrizione, il 25 marzo 1971. Condanna Alberico Biadene (dipendente Enel-Sade) a cinque anni e Francesco Sensidoni (dipendente del ministero dei Lavori Pubblici) a tre anni e otto mesi, in quanto responsabili del reato di inondazione – frana compresa – e omicidi. Sia Biadene che Sensidoni godranno di un condono di tre anni.
In definitiva: quella del Vajont non è stata una tragedia naturale, ma un disastro. Provocato dall’uomo, quindi – anche se colposo. La responsabilità del disastro ricade su chi ha gestito il serbatoio e su chi avrebbe dovuto vigilare, e non l’ha fatto.
Enel e Montedison (ex Sade) vengono estromesse dal giudizio penale in sede d’appello: la valutazione delle loro responsabilità viene rimessa al giudizio civile, che le condannerà in solido al risarcimento dei danni.

Qui di seguito un’ opera teatrale di Marco Paolini sull’argomento trattato….buona visione!!!!!!!!!!!!!!

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