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Il governo americano ha autorizzato, pochi giorni fa, la vendita all’ Italia del kit di armamento per i droni Predator e Reaper, acquistati dall’ aeronautica militare dalla ditta statunitense General Atomics.
Londra era fino a questi giorni l’ unico alleato USA ad essere stato autorizzato ad armare i propri droni.
L’ Agenzia della Difesa per la Sicurezza e la Cooperazione del Pentagono, ha notificato al Congresso il nulla osta alla vendita all’ Italia di queste armi per un contratto stimato 129,6 milioni di dollari.
La vendita sarebbe stata approvata in quanto l’ Italia è considerato un “alleato chiave” di Washington, secondo quanto riferito da fonti del Pentagono all’ agenzia di stampa britannica Reuters.
“Non è una decisione presa alla leggera, l’ Italia è stata con noi in ogni importante operazione Nato e a guida statunitense”.
Il nostro paese è stato il primo a comprare dei Predator (PREDATORE) americani, nel 2001, e già nel 2006 ha comprato dei Reaper (MIETITORE) per un costo complessivo di 378 milioni di dollari.
Quindi anche l’ Italia potrà armare i propri droni, al pari di altre potenze occidentali, come il Regno Unito. Dopo un lungo iter, si darà il via libera alla richiesta di Roma, presentata nel 2012, di dotare i suoi due MQ-9 Reaper di missili aria-terra Hellfire, bombe a guida laser e altre munizioni.
“È un gesto di grande amicizia e il riconoscimento del nostro valore di alleati. Oltre agli americani, solo noi e Londra (in realtà anche Parigi, che utilizza in Africa i droni Usa, ndr) siamo dotati di droni armati in ambito Nato“, esulta una fonte del Ministero della Difesa italiano. Nonostante alcuni nodi ancora da sciogliere, Roma ha offerto la propria disponibilità a proseguire la missione in Afghanistan e discute di un maggiore impegno nella coalizione anti Isis in Iraq. Il ministro Pinotti, in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera ha detto: “La richiesta italiana agli americani è stata motivata anche da un sentimento di dignità nell’alleanza. L’abbiamo reiterata perché pensiamo di essere abbastanza adulti per decidere noi come usarli. Non abbiamo bisogno di badanti“.
Non si può escludere che l’ improvvisa concessione sia legata alle pressioni di Washington affinché Roma autorizzi a bombardare le postazioni dell’ Isis il contingente aereo italiano in Kuwait, 4 bombardieri Tornado e 2 droni Reaper finora impiegati disarmati.
Dietro la decisione del Pentagono vi sono però anche ragioni commerciali e forti pressioni dell’ industria d’ oltre Atlantico, preoccupata che i clienti dei droni americani possano rivolgersi altrove considerato che tecnologie per armare i velivoli senza pilota sono già presenti o in fase di sviluppo in Russia, Cina, Corea, Gran Bretagna e in altri Paesi. Il rischio per le aziende statunitensi era quindi di perdere i clienti a vantaggio della concorrenza.
Negli ambienti politici statunitensi il via libera alla cessione degli armamenti per i droni agli alleati era nell’ aria dall’ inizio dell’ anno. Secondo funzionari del Dipartimento di Stato, interpellati dal Washington Post nel Febbraio scorso, ogni paese acquirente dovrà accettare una serie di principi per l’ impiego dei velivoli armati solo per la difesa nazionale o per situazioni in cui la forza è consentita dal diritto internazionale. Condizioni curiosa se si considera l’ elevato numero di civili uccisi dai raid dei droni nella campagna antiterrorismo statunitense.
Il 24 Gennaio le Nazioni Unite hanno annunciato l’ apertura di un’ inchiesta sui targeted killings (uccisioni mirate) e l’ uso dei droni, dicendo che questa riguarderà principalmente, ma non esclusivamente, gli attacchi degli Stati Uniti in Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia. L’ indagine, cercherà di capire se gli attacchi dei droni in quei paesi rispettano le leggi sulla guerra. Quando si parla di droni la questione della legalità è in assoluto la più complicata. Le norme di riferimento sono il diritto bellico e il diritto umanitario internazionale, alla cui base ci sono le convenzioni di Ginevra, e che non riguarda i combattenti ma le cosiddette vittime dei conflitti armati. Tra i principi fondamentali del diritto umanitario internazionale c’ è il principio della distinzione, secondo cui le forze che si scontrano devono sempre distinguere tra obiettivi civili e militari.
Per giustificare l’uso dei droni in quei paesi, gli Stati Uniti fanno ricorso al diritto all’ autodifesa sancito dal diritto bellico e all’ Autorizzazione all’ uso della forza militare contro il terrorismo, AUMF, un provvedimento approvato dal Congresso americano il 14 settembre del 2001, tre giorni dopo l’attacco al World Trade Center. Questa norma concede al presidente il potere di “usare tutti i mezzi necessari e appropriati” per perseguire i terroristi che hanno “pianificato, autorizzato, commesso o facilitato” gli attacchi del 2001, e che quindi costituiscono un serio pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti.
Secondo questo punto di vista gli Stati Uniti non violerebbero neanche il principio della distinzione tra militari e civili, perché gli estremisti islamici si nascondono tra i non combattenti proprio per rendere gli attacchi più difficili, quindi la responsabilità della morte dei civili sarebbe loro e non del governo americano.
Queste argomentazioni sono confutate dagli analisti, dagli attivisti, dai politici e dai militari (pochi) che si oppongono all’ uso delle armi robotiche, negli Stati Uniti e in Europa. Prima di tutto, contestano il diritto all’ autodifesa invocato dagli Stati Uniti. Il diritto bellico afferma che tutte le nazioni hanno il diritto di difendersi da un attacco imminente. Ma Washington non può dimostrare che gli estremisti che cercano di stanare coi droni costituiscano una minaccia imminente alla sicurezza del territorio americano.
Inoltre c’ è la questione dei civili. Gli attacchi dei droni avvengono generalmente in contesti di cui gli Stati Uniti hanno una conoscenza molto limitata. Può succedere, per esempio, che la fonte dell’ intelligence sia poco affidabile e si finisca per bombardare la casa sbagliata. I casi di errori di valutazione che hanno portato all’uccisione di civili sono molti, ultimo in ordine di tempo l’ ospedale di Medici Senza Frontiere bombardato a Kunduz ad Ottobre di quest’ anno.

Spaventati da questo terribile scenario continuiamo a ritenere la guerra e qualsiasi conflitto, inutile per la risoluzione di qualsiasi contesa. Ci permettiamo inoltre di ricordare alla classe politica del nostro paese l’ Articolo 11 della costituzione, che recita così:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Kurtis Blythe

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