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Ghiacciai che si sciolgono, mari che crescono così tanto da inghiottire piccole isole e sommergere città costiere; ondate di calore, siccità, terre aride che non danno più raccolti e costringono intere popolazioni a migrare e a conflitti per l’accesso alle risorse; problemi di sicurezza alimentare, carestie, mancanza di acqua potabile, epidemie, specie animali e vegetali che spariscono per sempre, smog che avvolge le metropoli e uccide. Non è la sceneggiatura di un film di fantascienza. E’ la Terra di fine millennio se non si ferma ‘la febbre del Pianeta’. La Conferenza mondiale sul clima (Cop21) dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi è ormai ‘l’ultima chiamata’ per un accordo globale giuridicamente vincolante che riduca le emissioni di gas a effetto serra, causa principale del riscaldamento globale che potrebbe condurci sulla soglia di non ritorno. Obama lo ha detto in modo netto: “Agire o sarà la fine del mondo”. E il nostro ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha ribadito: “Non avremo un’altra opportunità”. Per il suo omologo francese Segolene Royal “è in gioco la sicurezza mondiale”. L’economista britannico Lord Nicholas Stern, fra i maggiori esperti mondiali di cambiamento climatico, ha chiarito che “senza interventi le prime forti conseguenze si vedranno nell’arco di 20-30 anni ma in circa un secolo la situazione sul pianeta potrebbe diventare catastrofica”.
Due gradi.
Autorevoli scienziati a livello mondiale e migliaia di studi sui cambiamenti climatici avvertono da tempo che l’aumento della temperatura media della Terra non deve superare al massimo i due gradi rispetto al periodo precedente la rivoluzione industriale (1850). Gli ultimi tre decenni sono stati uno più caldo dell’altro e purtroppo, nel mondo si è già innescato un meccanismo per cui assistiamo ad eventi meteorologici estremi. Già li vediamo e in molti li subiscono. Le alluvioni in Italia e i morti che hanno provocato sono solo l’esempio più vicino a noi. Anche con uno stop immediato alla CO2 gli effetti sono ormai destinati a protrarsi per molti secoli. E’ ormai certo che il 2015 strapperà al 2014 il primato dell’anno più caldo di sempre, cioè da quando sono disponibili le rilevazioni a livello mondiale (1880), dopo che ogni mese – ad eccezione di gennaio e aprile – ha segnato un record di temperature della Terra e degli oceani.  E’ probabile al 95-100% che l’uso dei combustibili fossili insieme con la deforestazione abbiano causato più della metà dell’aumento della temperatura media globale entro i due gradi.

La responsabilità è dell’uomo.
Gli esperti puntano l’indice contro le scelte economiche e di vita dell’uomo, soprattutto contro l’uso di petrolio carbone e gas, che stressano a tal punto la natura da renderla incapace di adattarsi. Quindi è l’uomo l’unico che può intervenire. Nell’ultimo loro report, il quinto, pubblicato nel 2014, dopo una gestazione di sette lunghi anni, gli esperti che studiano il clima su mandato delle Nazioni Unite (Ipcc, Intergovernmental panel on climate change) hanno affermato che nonostante la crisi il volume globale di gas climalteranti ha continuato ad aumentare: tra il 2000 e il 2010 è cresciuto come mai nei tre decenni precedenti. Nell’era industriale, le concentrazioni di CO2 in atmosfera sono aumentate del 40%, da 280 a oltre 400 parti per milione. Gli scienziati suggeriscono perciò di tagliare entro il 2050 le emissioni tra il 40% e il 70% rispetto al 2010, riducendole poi fino a un valore prossimo allo zero entro la fine del secolo.

Se a livello globale non si faranno gli sforzi necessari per tagliare i gas a effetto serra la temperatura media del globo terrestre potrebbe crescere tra 3,7 e 4,8 gradi centigradi nel XXI secolo, stima uno degli scenari elaborati da 235 autori di 58 Paesi mettendo a confronto oltre 10mila fonti scientifiche. Con lo scenario peggiore, che si avrebbe con l’aumento di 4,8 gradi, il livello del mare potrebbe salire di quasi un metro.

Spazio per gli scettici e per i negazionisti sembra non esserci.
Se questi frenano su un futuro ‘catastrofico’, la realtà già dimostra gli effetti dell’abuso di combustibili fossili, fonti energetiche privilegiate in alcuni Paesi come Germania, Cina e altri Stati orientali. Peraltro,i costi di mancati interventi sarebbero altissimi. Italia e Ue sono invece tra le realtà più avanzate al mondo nel contrasto al riscaldamento globale, grazie alla crescita nella produzione di energia da fonti rinnovabili. L’Unione europea dal 1990 al 2014 ha ridotto le emissioni di gas serra del 23% superando il target del 20% fissato al 2020. Se gli scienziati suggeriscono lo stop ai combustibili fossili e una spinta all’energia verde, sono i politici che devono a decidere. Da loro quindi dipende la sorte del Pianeta. E’ il sistema economico che va cambiato. Le dieci maggiori compagnie petrolifere del mondo dicono di voler essere “parte della soluzione” e di volersi impegnare nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica e nella lotta contro i cambiamenti climatici.

A Parigi i leader di 195 Paesi più la Ue – che fanno parte della Convenzione sul clima dell’Onu – sono chiamati ciascuno a fissare i propri obiettivi di emissioni in modo da contenere entro 1,5/2 gradi l’aumento della temperatura entro fine secolo. Si punta ad una clausola che permetta di valutare e rivedere gli impegni ogni 5 anni. Le nazioni sviluppate devono poi arrivare a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per aiutare i paesi in via di sviluppo a contrastare i cambiamenti climatici e risarcirli dei danni che hanno già subito. Il supporto a questi Stati, sia finanziario che tecnologico, dovrà proseguire anche dopo il 2020. Per ora il 95% dei Paesi ha assicurato impegni concreti ma se anche fossero rispettati, non si riuscirebbe a tenere l’aumento delle temperature sotto i 2,7 gradi. C’è l’impegno personale dei big del Pianeta per un accordo ambizioso e duraturo. Ma questo non dà certezza che sarà giuridicamente vincolante. Dal 7 dicembre cominceranno i colloqui a livello politico. E’ una sfida senza precedenti. Il destino del Pianeta per ora resta a rischio.

Speriamo che quelle di Parigi della Conferenza sui cambiamenti climatici  (COP21) di questi giorni, non siano come al solito belle parole.

fonte: Ansa.

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