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E’ notizia di queste ore che, in Arabia Saudita, oltre 50 persone sono ad elevato rischio di esecuzione imminente, come appreso da notizie riportate dalla stampa nazionale filogovernativa secondo le quali saranno presto tutti messi a morte in un solo giorno.

“Il macabro picco delle esecuzioni in Arabia Saudita quest’anno, sommato alla natura segreta e arbitraria delle decisioni giudiziarie e delle esecuzioni nel regno, non può che farci tenere in seria considerazione questi segnali pericolosi” – ha dichiarato James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

L’Arabia Saudita è, secondo i dati diffusi da Amnesty International, il Paese con il più alto numero di esecuzioni nel mondo, seguito solo da Cina e Iran. Tra il 1985 e il giugno 2015 sono state uccise 2.208 persone. E negli ultimi mesi le esecuzioni sembrano essere aumentate, con un incremento del + 47 per cento corrispondente a 102 persone.

Questo rende ancora più incredibile e senza senso, almeno per chi è completamente estraneo a certe dinamiche politiche abiette, quanto successo lo scorso Settembre, quando l’ ambasciatore dell’ Arabia Saudita presso le Nazioni Unite, Faisal Trad, è stato eletto presidente dell’ Human Rights Council dell’ ONU, che ha il compito di indicare gli esperti che devono vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo.

“È scandaloso che l’ ONU abbia scelto per questo ruolo il rappresentante di una nazione che quest’ anno ha decapitato più persone dell’ ISIS”, dice Hillel Neuer, responsabile esecutivo di “UN Watch” un’ organizzazione non governativa di controllo sui diritti umani.
“I petro-dollari e la politica hanno scalzato i diritti umani”
“L’ Arabia Saudita ha indiscutibilmente la peggiore situazione nel mondo per quanto riguarda la libertà religiosa ed i diritti delle donne, e tiene ancora in prigione senza alcun motivo il blogger Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate” La sua colpa? Aver fondato “Free Saudi Liberals”, un forum online di dibattito su temi politici e religiosi, aver “insultato l’ islam”, aver criticato alcuni leader religiosi, ha aggiunto Neuer.
L’Arabia Saudita è uno di quegli stati in cui le corti continuano a imporre punizioni corporali, inclusa l’amputazione delle mani e dei piedi per i ladri e la fustigazione per alcuni crimini come la “cattiva condotta sessuale” e l’ubriachezza.
Le donne saudite subiscono forti discriminazioni in molti aspetti della loro vita, compresa la famiglia, l’educazione, l’occupazione e il sistema giudiziario, è inoltre proibita a loro la guida di autoveicoli
Le nazioni della penisola araba sono state tra le ultime a dichiarare fuorilegge la schiavitù. Nonostante questa proibizione formale, persistono casi di schiavitù e di traffico di esseri umani.
Tutta l’attività sessuale fuori dal matrimonio eterosessuale è illegale. La punizione per l’omosessualità, travestimento da donna o coinvolgimento in qualche cosa che faccia pensare all’esistenza di una comunità gay organizzata, varia dall’imprigionamento, alla deportazione (per gli stranieri), alle frustate e all’esecuzione.
Qualsiasi straniero trovato infettato dall’ HIV, il virus che porta l’ AIDS (o anche, qualunque altro trovato in condizioni mediche serie) viene espulso e rinviato nel suo paese d’origine. Le opzioni di trattamento disponibile per i cittadini sauditi sono limitate.
La libertà di parola e di stampa è limitata per proibire la critica al governo o l’approvazione dei valori “non-islamici”. Il governo vieta ufficialmente la televisione satellitare, ma questa legge è in genere ignorata. I sindacati commerciali e le organizzazioni politiche sono proibiti. Le dimostrazioni pubbliche sono anch’esse vietate.
Ufficialmente tutte le religioni tranne l’Islam sono vietate.
In Arabia Saudita sono state eseguite, per vari motivi, oltre 200 decapitazioni nei primi cinque mesi del 2015.
Secondo le Nazioni Unite, l’ambasciatore Faisal Trad non rappresenterà il suo paese ma ricoprirà il prestigioso incarico a titolo personale.
Ci risulta estremamente difficile pensare che l’ambasciatore riuscirà a non rappresentare il suo paese nell’ esercizio dei suoi compiti.
Ci chiediamo come sia possibile affidare la vigilanza dei diritti umani ad una persona che, culturalmente prima ancora che personalmente, è condizionata da una visione dei diritti umani stessi, che con la libertà e l’ uguaglianza non ha niente a che fare.

C’ è da chiedersi inoltre se l’ ambasciatore Faisal Trad condannerà fermamente quanto deciso dalla monarchia del suo paese e se farà qualcosa per fermare le esecuzioni; rischiando, così facendo, di essere a sua volta condannato a morte.

Kurtis Blythe

Report of the Consultative Group to the President of the Human Rights Council

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