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[Milano, 12 Dicembre 1969. La strage delle 16,37 per la quale, già alle 22, praticamente ancora prima dell’ inizio delle indagini, il prefetto di Milano, Libero Mazza, invia un telegramma alla Presidenza del Consiglio ed al Ministero dell’ Interno che designa gli anarchici come responsabili della strage.
Una strage e dei colpevoli pronti, per chiudere un biennio caratterizzato da un livello di conflitto sociale e politico eccezionale. Stragi che insanguinano l’ Italia. Quelle stragi per le quali esiste una sola certezza dal punto di vista giudiziario, confermata nei vari gradi dei processi: la responsabilità di apparati dello stato nell’ impedire l’ accertamento della verità.

Per il “Tribunale della Storia”, le sentenze dei tribunali giudiziari sono solo delle fonti da sottoporre a critica al pari di tutte le altre. E sul piano storico sembra ormai difficile contestare: a) che le stragi siano state opera dell’ estrema destra; b) che settori rilevanti dei servizi segreti, nazionali ed americani, fossero al corrente di quanto si preparava e non siano intervenuti per impedirlo; c) che i fascisti abbiano poi goduto di costanti depistaggi a loro favore, da parte di polizia, carabinieri e servizi segreti; d) che tutto questo si sia inserito in una strategia di parte dei gruppi dirigenti occidentali tendente ad ostacolare la politica di distensione tra i due blocchi (appunto la “strategia della tensione”). (A. Giannuli, “Bombe a inchiostro”, Milano, Rizzoli, 2008, p. 470)

Le stragi che insanguinarono l’ Italia dal 1969 al 1974, causarono 50 morti e 351 feriti. Provocarono un clima di paura, una vera e propria paranoia, alimentata dalle voci di possibili, e tentati, colpi di stato. Le bombe che esplodevano sui treni, nelle piazze, e nelle banche cercarono di riportare quelle centinaia di migliaia di persone che rifiutavano di “stare al loro posto” a casa, in silenzio davanti alla televisione. Non ci riuscirono e una gran parte di quelle persone continuarono a prendere i treni, a manifestare le loro idee, a partecipare alla vita politica e sociale: scelsero la strada perché “c’ è solo la strada su cui puoi contare”, come cantava Giorgio Gaber.

La convinzione di trovarsi di fronte ad una strage di stato, la caccia all’ anarchico e l’ arresto del mostro Valpreda (anarchico, scrittore, poeta e ballerino italiano, noto per il suo coinvolgimento nel procedimento giudiziario per la strage di Piazza Fontana, dal quale uscì poi assolto), Pinelli (anarchico e partigiano italiano interrogato per la strage) che entra in motorino nella questura per uscirne volando da una finestra, rinforzano le letture più schematiche e rigide, ma soprattutto diffondono a livello di massa l’ idea che il sistema democratico italiano non sia in realtà niente di più di uno schermo, dietro al quale esiste un potere disposto a tutto per la sua conservazione.

Scriveva Pier Paolo Pasolini in un articolo intitolato “Che cos’ è questo Golpe”, apparso sul Corriere della Sera il 14 Novembre 1974:
“Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 Dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembra regnare l’ arbitrarietà, la follia e il mistero”.]*

La sera stessa della strage di Piazza Fontana, intervistato da Tv7 (una trasmissione di approfondimento del TG1), Indro Montanelli espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici, e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa…»

*Tratto da “LA STRAGE E’ DI STATO. GLI ANNI SETTANTA, LA VIOLENZA POLITICA E IL CASO ITALIANO” di Marco Grispigni

Tutte le sentenze dei processi sulla strage di Piazza Fontana

I giorni delle bombe: cronologia essenziale, pubblicata sul sito della casa editrice Eleuthera

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