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Il 2015 è stato un anno di significative novità per il settore bancario. Le maggiori banche dell’Eurozona sono state sottoposte a un Meccanismo di vigilanza unico (Mvu) guidato dalla Bce. L’Unione bancaria ha comportato regole comuni non solo sulla supervisione (primo pilastro della Banking Union), ma anche sulla risoluzione degli istituti in crisi (secondo pilastro).

Dal 1° gennaio 2016 sono entrate in vigore le norme sul Bail-in, cioè sul coinvolgimento potenziale dei privati nei dissesti bancari. Perciò nelle settimane precedenti si è parlato soprattutto di istituti in crisi: i salvataggi sono stati accelerati in tutta Europa proprio per mettere in ordine le banche prima dell’arrivo del Bail-in. Così in Italia la risoluzione avviata nel novembre 2015 per quattro istituti (Banca Marche, Etruria, Carife e CariChieti) ha messo al riparo i creditori non subordinati e i depositanti, pur causando la svalutazione integrale dei titoli subordinati, per effetto delle interpretazioni di Bruxelles sugli aiuti di Stato e delle conseguenze paradossali delle direttive Brrd e Dgs (approvate dal Parlamento e dai governi Ue). Così l’attenzione dei media si è focalizzata sulla solidità delle banche e i rischi per i risparmiatori, anche se le quattro banche in crisi hanno un peso dell’1% del settore italiano. A ben vedere, più che la solidità complessiva del comparto, i casi recenti hanno evidenziato i rischi di procedure di risoluzione che ingigantiscono i problemi invece di ridurli (negli Usa sono fallite 500 banche e nessuno se ne è accorto).

Cos’ è il Bail-in?

Dal 1 Gennaio 2016 entra in vigore la nuova legge sulle crisi bancarie in recepimento della direttiva europea 2014/59/UE. Questa legge, detta Bail-in, definisce infatti le gerarchie dei soggetti coinvolti nel salvataggio di una banca.

In primo luogo gli azionisti, non con nuovi versamenti ma per la parte di capitale già versato. Siccome, però, è altamente probabile che i debiti travalichino gli investimenti degli azionisti, faranno parte del salvataggio i creditori della banca, anche questi in scala: i detentori di obbligazioni subordinate, i detentori di obbligazioni senior ed infine i correntisti, solo per la parte superiore ai 100.000 €.

Ad azionisti e creditori sarà richiesto un contributo pari al 8% del passivo della banca in dissesto. Oltre questa quota interverrà il sistema interbancario attraverso il Fondo di Risoluzione.

Al di fuori del rischio bail in restano: i possessori di covered bond, i debiti verso dipendenti, fisco, enti previdenziali, fornitori e, naturalmente, i correntisti per la parte fino a 100.000 €.

Quindi, in caso di gravi difficoltà finanziarie degli Istituti di credito, saranno gli stessi azionisti, obbligazionisti e correntisti a contribuire al salvataggio della propria banca, ad eccezione di coloro che detengono un deposito inferiore a 100 mila euro e che continuerà ad essere integralmente protetto dal Fondo di Garanzia dei depositi.

Bail-in: gestione delle crisi e le autorità di risoluzione

La direttiva europea BRRD il cui decreto attuativo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 10 settembre e che è ora in discussione al Senato, introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche e delle imprese di investimento.
Secondo la direttiva le banche saranno tenute a preparare piani di recupero per superare le difficoltà economiche e alle autorità europee e nazionali di controllo, chiamate autorità di risoluzione, saranno riconosciuti ampi poteri e strumenti per:

  • pianificare la gestione della crisi
  • intervenire in tempo, prima del dissesto finanziario e bancario
  • gestire la fase di risoluzione attribuendo le perdite, secondo una gerarchia ben definita attraverso lo strumento del bail in, agli azionisti e ai creditori che subiranno la riduzione del valore delle loro azioni o di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca.

fonti: milanofinanaza, forexinfo

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