Home

l43-kerry-segretario-stato-130409153641_medium

Un cambio di esecutivo o un allargamento della compagine di governo di per sé non rappresenta una novità in Israele, paese fin troppo abituato a continui reshuffle ed elezioni. Tuttavia il cambio al vertice ad uno dei ministeri chiave, ossia il dicastero della Difesa, non avrebbe avuto una grande eco, anche internazionale, se non fosse stato per il nuovo inquilino, l’ultra-nazionalista ed ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Una scelta importante e allo stesso tempo coraggiosa per il primo ministro Benjamin Netanyahu che dietro la proposta di ampliamento della coalizione ha colto la possibilità di condurre due sue antiche battaglie politiche: da un lato il contenimento delle cosiddette forze moderate e riformiste e delle istituzioni statali a lui contrarie; dall’altro la strategia di rafforzamento del proprio premierato.

Il colpo di scena al governo è avvenuto il 20 maggio scorso a seguito delle dimissioni del titolare del ministero della Difesa Moshe Yaalon, ufficialmente a causa di attriti con il Primo Ministro sulle contromisure da adottare nei confronti delle violenze palestinesi contro i coloni in Cisgiordania, ma soprattutto per le accuse di derive estremiste nei confronti dello stesso esecutivo. Nel tentativo di fortificare la maggioranza allargandone la composizione, Netanyahu nelle settimane precedenti aveva provato a portare in parallelo trattative sia con il Blocco sionista (laburisti e centristi) di Isaac Herzog e Tzipi Livni, sia con il partito nazionalista Yisrael Beiteinu di Lieberman. Sfruttando l’impasse nei dialoghi con il duo Herzog-Livni – in particolare sulla opportunità di costruire nuove colonie ebraiche in Cisgiordania e sulla diversa concezione di imbastire trattative di pace per il rilancio dei negoziati con i palestinesi –, Netanyahu ha giocato l’opzione Lieberman offrendogli la possibilità di divenire il nuovo ministro della Difesa. L’ingresso di Yisrael Beiteinu ha ampliato infatti la debole maggioranza di governo – insediatasi a seguito delle elezioni del marzo 2015 e composta dal Likud, dal partito di centro-destra Kulanu, dal partito sionista HaBayit HaYehudi e dai partiti religiosi e ultra-ortodossi Torah e Shas –, portandola a detenere 66 seggi su 120 alla Knesset rispetto ai 61 precedenti e andando a comporre quello che molti osservatori hanno definito l’esecutivo più a destra della storia d’Israele.

Il leader di Yisrael Beiteinu (“Israele, casa nostra”) – partito composto per lo più da ebrei russi o ex sovietici – rappresenta un personaggio politico molto discusso in Israele per via delle sue posizioni radicali e rigide nei confronti di alcuni dei principali dossier di politica interna ed estera nazionale. Lieberman è un convinto avversatore del processo di pace israelo-palestinese e sostenitore profondo dell’Eretz Yisrael Hashlemah (la dottrina sionista de “Il Grande Israele”); si è dichiaratamente espresso in favore dell’introduzione della pena di morte nei confronti dei terroristi palestinesi e, soprattutto, così come molti membri dell’attuale esecutivo (vedi Netanyahu o Bennett), era favorevole ad un bombardamento preventivo nei confronti dell’Iran nella stagione 2009-2012 per bloccarne lo sviluppo del proprio programma nucleare. Ciononostante, quel che differenzia Lieberman dal suo “nuovo” collega di maggioranza Naftali Bennett, attuale ministro dell’Economia e leader di HaBayit HaYehudi, è l’approccio ideologico: il primo puramente nazionalista, quasi laico, mentre il secondo è fortemente intriso di una retorica religiosa e per certi versi messianica. Infatti, Lieberman si era sempre battuto per una riduzione dei privilegi delle istituzioni religiose, come ad esempio aprire l’esercito ai giovani haredim (per lo più impegnati a studiare la Torah e il Talmud nelle yeshivot o, ancora, che nel 60% dei casi sceglie la disoccupazione), permettendo allo stato di risparmiare 1,5 miliardi di shekel (oltre 300 milioni di euro) e immettere maggior forza lavoro. Questo tabù è subito caduto quando il “nuovo” Lieberman è entrato a far parte del governo.

Spostando l’asse sempre più a destra, Netanyahu è riuscito dunque a rigettare qualsiasi ipotesi di governo di compromesso con forze centriste e/o moderate, consolidando invece la sua figura di leader indiscusso della politica israeliana. In questo modo, il premier non solo è riuscito a rafforzare la propria posizione politica, ma anche a dare un’immagine di sé come unico argine capace di contenere le istanze di destra radicale del suo composito esecutivo, svuotando di argomenti politici – in primis i negoziati di pace con i palestinesi – l’opposizione del Blocco sionista. Netanyahu è riuscito inoltre nell’impresa di fagocitare l’unico elemento moderato della maggioranza, il partito centrista Kulanu guidato dal ministro delle Finanze Moshe Kahlon, ritenuto un possibile successore moderato dell’attuale premier nel prossimo futuro, che è parso tuttavia essere più interessato a conservare la propria presenza numerica all’interno del governo dopo le dimissioni del ministro dell’Ambiente Avi Gabay, contrario alla nomina di Lieberman.

Sebbene emerga in maniera evidente una chiara opportunità politica da parte di Netanyahu, la nomina di Lieberman solleva però un altro importante interrogativo che da mesi sta assumendo proporzioni pubbliche evidenti. Una netta contrapposizione tra civili e militari, o meglio una diversa concezione della politica tra governo ed esercito. Uno scontro latente da anni ma evidenziato di recente dall’insofferenza delle alte gerarchie dell’IDF a supportare posizioni radicali e allo stesso tempo estremiste, sponsorizzate in vario modo da numerosi esponenti dell’esecutivo. Se le posizioni pubbliche di Yair Golan, vice capo di stato maggiore dell’esercito, espresse il 4 maggio scorso durante le celebrazioni per lo Yom Hashoah (la Giornata del ricordo dell’Olocausto) – “tendenze nella società israeliana equiparabili alla Germania di Weimar” – hanno fatto molto rumore, queste rappresentano soltanto l’apice di uno scontro sotterraneo che va avanti dal 2013, ossia dalla denuncia dell’ex ministro della Difesa Ehud Barak sui cosiddetti “semi del fascismo”.

In questo senso, l’esercito e i suoi vertici sembrano quasi ergersi a pilastro di moderazione e moralità – sebbene non lo siano anche per ragioni storiche –, denunciando la debolezza voluta dell’establishment politico israeliano nel non condannare adeguatamente le violenze, le discriminazioni e i toni sempre più arroventati non solo nei confronti dei palestinesi, ma anche verso le minoranze cristiane e arabo-israeliane, in un crescendo di estremismo e intolleranza che inevitabilmente si riversa anche tra le fila dell’esercito (anche se per il momento solo tra quelle più basse e in maniera apparentemente contenuta). Una situazione, questa, figlia di un altrettanto netto e pericoloso percorso di estremismo assunto da alcune porzioni finora minoritarie della popolazione israeliana. In una società che va gradatamente polarizzandosi, vi è da un lato un ceto medio-borghese laico e tendenzialmente facoltoso che vive nelle città, dall’altro, un mondo come quello degli haredim e dei coloni – forze sociali e politiche in ascesa – che vive di simbolismo messianico e di un’identità dello stato fondata unicamente sull’ebraismo e che non riconosce la creazione di uno Stato palestinese all’interno di Israele. Un processo di esasperazione parimenti radicalizzato anche nella popolazione palestinese, fortemente divisa al suo interno, alla ricerca di una leadership credibile e soprattutto incapace di placare le ali estreme e sempre più intolleranti e violente verso il vicino israeliano.

Quello tra autorità civili e militari è un solco profondo ed esistente che risponde ad esigenze squisitamente politiche. Infatti se da un lato l’esercito vuole mantenere una propria autonomia organizzativa, finanziaria e di carattere politico-strategico rispetto alle scelte di indirizzo effettuate dall’esecutivo per evitare avventurismi politici reputati militarmente poco vantaggiosi (Hamas a Gaza ed Hezbollah in Libano), allo stesso tempo l’IDF vuole preservare la propria reputazione di “esercito popolare”, ossia di un’istituzione depoliticizzata che trascende le divisioni nella società israeliana. Contrariamente alla consuetudine che vuole alla guida del dicastero un ex appartenente all’IDF, la nomina di Lieberman sembra appunto volgere nella direzione opposta e quindi verso un tentativo dell’esecutivo e dell’autorità civile di centralizzazione degli apparati militari.

Al di là del calcolo politico che ha segnato le scelte recenti dell’esecutivo Netanyahu e le diatribe più o meno accentuate tra le differenti anime costituenti il governo e le istituzioni israeliane, le sfide future rimangono numerose e ardue per Tel Aviv soprattutto se lo scontro politico sarà ancor più polarizzato, data la complessità degli interessi molteplici in gioco. Anche alla luce di questa “svolta a destra”, mai come in questa occasione sarà dunque importante capire verso quale direzione si sta realmente incamminando il sempre più complesso establishment politico israeliano.

fonte: http://www.ispionline.it

articolo di: Giuseppe Dentice, ISPI Assistant Research Fellow.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...