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Michail Bakunin e Karl Marx sono state le due figure rivoluzionarie più importanti dell’800, nonostante la moltitudine di divergenze sia sul piano teorico che sul piano dell’azione pratica che li contraddistingue e li contrappone. Per comprendere meglio ciò che portò questi due rivoluzionari a scontrarsi, partiamo da una serie di date fondamentali. Nel 1836 nasce in Germania la Lega dei Giusti, la prima associazione rivoluzionaria dal carattere internazionalista. Successivamente, nel 1847, sotto l’influenza di Marx ed Engels, la Lega dei Giusti si trasforma in Lega dei Comunisti. L’anno seguente (1848) Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista. Infine nel 1864, a Londra, viene fondata sempre grazie a Marx, la prima Internazionale, a cui Bakunin si unisce nel 1869.

Partiamo da questo ultimo fondamentale avvenimento. All’interno dell’Internazionale si contrapponevano due correnti ideologiche, da una parte il Comunismo di Marx e dall’altra l’Anarchismo, “dottrina” professata e difesa dal russo Bakunin.

Il COMUNISMO, in questa fase storica, tende sempre più a identificarsi con il Marxismo, teoria economica e politica nata nel 1848 a seguito della pubblicazione del Manifesto. La teoria marxista si concentra sulla società capitalista, divisa tra Borghesia (Capitalisti) e Proletariato. La Borghesia è la classe sociale che detiene i mezzi di produzione, e quindi sfrutta il lavoro del proletariato per guadagnare dei profitti (pluslavoro della classe operaia genera plusvalore). All’interno di questa società capitalista dominata dal dualismo borghesia-proletariato, l’entità statale si pone in una posizione secondaria. Da una parte lo Stato serve alla borghesia capitalista per difendere e raggiungere i propri interessi; dall’altra parte il proletariato cerca di appellarsi allo Stato, credendolo un arbitro imparziale capace di difendere i diritti e gli interessi dei lavoratori. Quindi lo scopo della dottrina marxista è quella di capovolgere questa situazione, auspicando la presa di potere da parte del proletariato. In questo modo, attraverso la lotta di classe e la rivoluzione, il proletariato si sarebbe impossessato dei mezzi di produzione, abbattendo il capitalismo e decretando la fine dell’esistenza della classe borghese. Per Marx il Comunismo sarebbe stato possibile solo come fase finale di un processo di trasformazione partito dalla stessa società capitalista, e non da società ancora ancorate ad un sistema feudale come Russia o Cina. Il filosofo tedesco individua due fasi intermedie che avrebbero portato successivamente ad una società realmente comunista. Queste due fasi erano la Rivoluzione e la Dittatura del Proletariato (Socialismo). Quindi senza l’emergere di una rivoluzione di stampo proletario-operaio, non sarebbe mai potuta emergere una società comunista. D’altro canto quello che frenò l’emergere di Stati realmente comunisti, fu proprio la Dittatura del Proletariato, tanto in Russia quanto nella Cina maoista. L’errore più grande di queste due paesi, e dei loro leader “rivoluzionari” Lenin e Mao, fu quello di ritenere la Dittatura del Proletariato la fase finale del comunismo. Così facendo, una volta instaurata la Dittatura del Proletariato, il potere statale si concentrò nelle mani di un singolo partito, di una singola elitè, che si dimostrò col tempo cedere a spinte autoritarie e dittatoriali, reprimendo ogni spinta rivoluzionaria, senza migliorare le condizioni economiche e lavorative della classe proletaria. In questo modo si instaurarono veri e propri regimi dittatoriali mascherati dietro l’ideale rivoluzionario del Comunismo, quando in realtà con l’originaria dottrina comunista marxista avevano poco o nulla con cui spartire.

E’ semplice comprendere perché l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era in netto contrasto con la teoria marxista e quindi non può essere considerata una dittatura comunista. Innanzitutto come abbiamo già visto, l’errore nel considerare la Dittatura del Proletariato come la fase finale del Comunismo. Ma il punto fondamentale è la presenza dello Stato. Infatti per Marx la società comunista non può coesistere con la presenza e l’esistenza dell’entità statale, in quanto strumento costantemente nelle mani delle classi dirigenti borghesi e utilizzato per opprimere e sfruttare il proletariato, e quindi strumento principale alla base della creazione di una società divisa in classi.

Come abbiamo già visto Marx ritiene la Dittatura del Proletariato una fase fondamentale nel processo rivoluzionario verso una vera e propria società comunista, in quanto sarebbe la fase in cui il proletariato si impossessa dei mezzi di produzione strappandoli alla borghesia capitalista, e accentrandoli almeno momentaneamente nelle mani dello Stato. A questo punto sarebbe possibile l’instaurazione di una società comunista in quanto il Capitale accentrato nelle mani dello Stato sarebbe redistribuito in egual modo a tutti i componenti della società, diventando proprietà collettiva, e non più proprietà privata esclusivamente della borghesia.

Marx sosteneva questa sua tesi anti-Stato e anticapitalista basandosi sull’idea che si può immaginare, e di conseguenza può esistere, una società senza padroni, ma non una società senza lavoratori, sotto intendendo l’indispensabilità del proletariato a differenza della borghesia, che in una società egualitaria priva di classi sociali e in cui i mezzi di produzione/il capitale sono proprietà collettiva, sarebbe superflua e inutile.

L’unico fattore che frenava la possibile rivoluzione comunista capeggiata dalla classe proletaria internazionale però, come sostenevano Marx ed Engels, è sempre stata la difficoltosa presa di coscienza da parte del proletariato. Ma la presa di coscienza non era sufficiente. Infatti secondo i due filosofi tedeschi il proletariato non avrebbe mai vinto la rivoluzione se non fosse stato guidato da una elitè comunista.

Ed è proprio quest’ultima idea marxista che il maggior esponente dell’anarchismo, Michail Bakunin non accetta e mette in discussione.

Bakunin come tutti sanno è stata una delle principali figure e uno dei maggiori esponenti dell’ANARCHISMO, teoria fondata sull’idea di abolizione dello Stato, di ogni autorità detentrice di potere e di ogni governo, in favore di una società basata sulla libertà e sull’uguaglianza tra gli individui che associano tra loro in quanto individui liberi.

All’interno dell’Internazionale, fin dall’inizio gli anarchisti condivisero l’analisi marxista della società borghese e capitalista, opponendosi radicalmente però ad ogni forma di organizzazione gerarchica, e quindi ripudiando l’idea cara a Marx di una rivoluzione capeggiata da una avanguardia rivoluzionaria comunista che avrebbe poi instaurato la Dittatura del Proletariato, trasformandosi in un partito comunista.

Gli anarchici si affiancarono ai comunisti-marxisti anche per quanto riguarda l’idea di rivoluzione, strumento necessario e imprescindibile per arrivare ad una società realmente libertaria, liberata dall’oppressione del potere e dell’autorità. Per la maggior parte degli anarchici, innanzitutto per Bakunin, la rivoluzione libertaria deve necessariamente avere un carattere intrinsecamente violento, poiché unico modo per opporsi e abbattere la violenza sistematicamente e strutturalmente utilizzata dal potere e dall’autorità. Questa modo violento di concepire la rivoluzione va a scontrarsi soprattutto con quelle correnti dell’anarchismo che professano forme di rivoluzione non violente e di disobbedienza civile (idea cara allo scrittore anarchico H.D. Thoreau) da contrapporre alla violenza utilizzata dal potere e della classi dirigenti. A questo punto potrebbe sorgere un’incongruenza all’interno dell’Anarchismo; ovvero come far coesistere l’intrinseca riluttanza degli anarchici nei confronti della violenza, e l’utilizzo di quest’ultima come strumento per abbattere il potere. La risposta ce la dà il solito Bakunin, che nonostante ritenesse l’uso della violenza un male necessario, si pose molte domande di carattere etico in quanto vedeva la violenza pur sempre come proiezione del potere e dell’autorità. Bakunin parla in questo modo della rivoluzione violenta:

“”le rivoluzioni cruente sono spesso necessarie a causa della stupidità umana, ma sono sempre un male mostruoso e un grande disastro, non solo per quanto riguarda le vittime, ma anche per quanto riguarda la purezza e la perfezione dell’idea nel cui nome avvengono”. Quindi secondo il rivoluzionario libertario russo la violenza è un male necessario solo quando è al servizio della purezza di un ideale come quello anarchico, che tende a creare una società in cui non ci sono né oppressi né oppressori, né governanti né governati, fondata sull’uguaglianza e la l’assenza di potere (coercitivo).

Le fondamentali differenze tra i due rivoluzionari sono da riscontrare sulle linee politiche da seguire per far insorgere una rivoluziona capace di abbattere la società capitalistica e liberare le masse popolari dall’oppressione del capitale e dalla violenza dello Stato. Se da una parte Bakunin poneva come motore della rivoluzione (sempre intesa come lotta clandestina dall’anarchico russo) la collaborazione tra le masse contadine e quelle operaie, Marx dall’altra riteneva possibile la rivoluzione solo nei paesi fortemente industrializzati, in quanto solo il proletariato operaio sarebbe stato in grado di abbattere la società capitalista e lo Stato borghese. Secondo Marx però nella fase intermedia tra la Dittatura del Proletariato e l’effettiva società comunista, le classi sociali non si sarebbero annullate in quanto i borghesi che avevano perso il possesso del capitale e del potere avrebbero cercato di riconquistarlo. Ed è per questo motivo che Marx teorizza la possibilità di creazione di un organo repressivo, ovvero uno Stato comunista, per evitare una contro-rivoluzione da parte dei borghesi/capitalisti a cui i rivoluzionari comunisti hanno tolto i mezzi di produzione il capitale, annullando il loro dominio e la loro posizione sociale di rilievo.

Bakunin, come ogni anarchico, si mostrò fin da subito scettico nei confronti dell’idea marxista dello Stato, e si oppose alla possibilità di instaurazione di uno Stato successivamente alla rivoluzione. Bakunin infatti individuò la debolezza intrinseca di questa idea di Marx, per il semplice fatto che è caratteristica intrinseca e strutturale dello Stato quella di utilizzare il potere coercitivo nei confronti dei suoi cittadini. Quindi anche nella Dittatura del Proletariato, lo Stato guidato da un partito comunista si sarebbe imposto con la violenza su tutti, compresi gli stessi proletari motore della rivoluzione, creando in questo modo una forte incongruenza che col tempo si sarebbe tradotta nelle derive totalitarie e autoritarie prese dalla Rivoluzione Russa.

Bakunin con queste parole parla di Marx:

“Marx è un comunista autoritario e centralista. Egli vuole ciò che noi vogliamo: il trionfo completo dell’eguaglianza economica e sociale, però nello Stato e attraverso la potenza dello Stato, attraverso la dittatura di un governo molto forte e per così dire dispotico, cioè attraverso la negazione della libertà.”

Infatti Bakunin era totalmente contrario ad ogni idea di Stato, sia che fosse di natura borghese, sa che fosse di carattere comunista, e fortemente convinto che per veder realizzata la reale libertà e reale uguaglianza tra gli individui, sia strettamente necessario l’abbattimento di ogni forma di entità statale. Lo Stato per Bakunin era in ogni sua forma sinonimo di costrizione, oppressione e dominio tramite l’uso della violenza, e quindi inconciliabile con le idee anarchiche.

Marx dal canto suo pone al centro della sua rivoluzione le condizioni economiche, e quindi vede nel principale nemico non lo Stato (semplice strumento utilizzato dalla borghesia capitalista, ma di per se non pericoloso), bensì la classe capitalista.

Come si concluse l’accesa discussione e il dibattito tra i due rivoluzionari? Come aveva predetto Bakunin, accusando di autoritarismo e tirannia Marx. Infatti nel 1872 Bakunin venne espulso dal Congresso dell’Aia, decretando la rottura definitiva tra le due correnti e tra i due “leader”, mostrando come Marx, nel momento in cui vide la sua corrente perdere consensi a favore della corrente anarchista di Bakunin, decise di espellerlo e uccidere di fatto l’Internazionale.

Bakunin riteneva i comunisti i “nemici delle istituzioni politiche esistenti perché tali istituzioni escludono la possibilità di realizzare la propria dittatura”. E la Storia, soprattutto dopo la Rivoluzione Russa, sembra aver dato ragione all’anarchico, più che al comunista.

FONTE: anarcoantropologo.altervista.org

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