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bene comune

Nella nostra epoca a cinismo avanzato, ove tutto pare potersi ricondurre alla formula del mors tua, vita mea, il grande tema del bene comune pare essersi eclissato. Il solo bene che il nostro tempo sembra potersi permettere è quello dell’io acefalo e chiuso in se stesso, “senza finestre”, per dirla con l’espressione di Leibniz.

Nel suo recente saggio “Il bene comune. Ripensare la politica con Kant e Rousseau” (Pensa Multimedia, Lecce 2016), Carlo Scognamiglio ci invita, contro tendenza, a ripensare il tema del bene comune e, così, a riconsiderare criticamente il nostro orizzonte storico nel suo complesso.

Il libro esamina il plesso teorico del bonum commune soprattutto nell’evo moderno, senza soffermarsi sulle sue radici greche e sulla sua elaborazione medievale. Il concetto di utile – suggerisce Scognamiglio – è stato disancorato dal suo legame con il bene comune: ed è stato ritratto in un angusto territorio di praticità sbrigativa e dai fini poco chiari. In realtà è proprio la domanda sui fini che sembra essere scomparsa dall’orizzonte del pensiero politico. Il solo grande scopo, intimamente nichilistico, pare essere quello della volontà di potenza tecnocapitalistica, con il suo insensato fine della crescita infinita, cui tutto deve sottostare.

Scognamiglio interroga due autori, per così dire, “diversamente” illuministi, come Rousseau e Kant, per mostrare come non sia affatto semplice distinguere i fini della politica da quelli dell’etica e della morale.

L’idea rousseauiana di “volontà generale” non esprime un pragmatico obiettivo di medio termine, né la tormentata elaborazione di una possibile pratica democratica è scevra di profonde implicazioni morali. La ricerca della vita autentica, di un’aderenza alla verità e al bene comune, sono istanze da restituire anche alla nostra relazione con la politica. Solo in questo modo, sembra ricordare Rousseau, si potrà trovare una vera partecipazione, e non un egoistico sguardo ai propri affari domestici, delegando altri per la partecipazione alle assemblee. La parola “finanza”, secondo Rousseau, è una parola “da schiavo”, ed è estranea al vero significato dello Stato democratico.

Come si legge chiaramente nel “Contratto sociale”, “appena il servizio pubblico cessa di essere la cura principale dei cittadini, e essi preferiscano servire di loro borsa che di persona, lo Stato è già vicino alla rovina”. De nobis fabula narratur!

Analogamente, la filosofia di Kant, con particolare attenzione alle pagine del saggio “Per la pace perpetua”, viene riesaminata da Scognamiglio come contaminazione ineludibile di etica e diritto, ma anche di morale e politica. Se le massime dell’azione morale sono formulate con taglio giuridico, la filosofia del diritto di Kant è pregna di istanze morali. Il punto più complesso di questa tensione è evidenziato nella politica internazionale, dove i soggetti collettivi, gli Stati, devono internamente riformarsi per obbedire a quell’ideale regolativo della ragione che è la convivenza pacifica sul pianeta.

La stessa necessità di istituire un diritto internazionale, secondo Kant, sarà percepita in obbedienza a una forte “disposizione morale”. Anche in Kant – suggerisce Scognamiglio – il tema del bene comune è centralissimo. È merito di Scognamiglio aiutarci, con il suo saggio, a ripensare il bene comune e le sue implicazioni, anche grazie al supporto di due autorità della filosofia moderna come Rousseau e Kant.

FONTE: fanpage.it

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