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Sono cinque anni che il conflitto siriano sotterra ogni illusione, una dopo l’altra. Prima quella delle primavere arabe, che hanno finito per schiantarsi, con la sola eccezione degna di nota della Tunisia, contro il doppio muro della repressione e della controrivoluzione. Poi quella di una comunità internazionale capace di reagire a crimini di guerra come l’uso di armi chimiche o l’assedio di civili. Infine quella di un’Europa capace di reagire quando i suoi interessi fondamentali e i suoi valori sono in gioco.

Gli ultimi sviluppi del conflitto, talmente complessi da dare il capogiro anche agli osservatori più assidui, confermano almeno una cosa: la scomparsa dell’Unione europea come attore internazionale di rilievo, e il continuo indebolimento dell’Europa stessa. Lo sapevamo da tempo, ma la tragedia siriana lo rende ancora più evidente.

Questi gli ultimi sviluppi: il 24 agosto la Turchia, in preda a un’ondata di nazionalismo dopo che il fallito colpo di stato del 15 luglio ha rafforzato il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha varcato la frontiera siriana con il suo esercito. Gli obiettivi dichiarati dell’offensiva sono due: il gruppo Stato islamico (Is) e i “terroristi curdi”. In realtà la priorità di Erdoğan è impedire alle Unità di protezione del popolo (Ypg), una milizia curdosiriana direttamente legata al Pkk turco, di radicarsi stabilmente lungo la frontiera tra la Siria e la Turchia. L’esercito di Ankara sembra deciso a creare lungo la frontiera un cordone sanitario, una zona di sicurezza che ricorda quella istituita da Israele nel sud del Libano tra il 1985 e il 2000.

La Turchia, che fa parte della Nato, sta attaccando un alleato degli Stati Uniti. Washington infatti arma e addestra i combattenti curdi, che si sono dimostrati la forza più efficace contro l’Is. Durante la sua visita ad Ankara il vicepresidente statunitense Joe Biden si è piegato alla volontà di Erdoğan e ha chiesto all’Ypg di ritirarsi a est dell’Eufrate, la linea rossa stabilita dalla Turchia. L’amministrazione Obama si ritrova intrappolata in un nuovo pasticcio politico: assiste allo scontro tra due dei suoi alleati e vede andare in fumo la sua strategia siriana.

Il conflitto siriano è gestito senza gli europei, in un gioco complesso e poco nobile, da statunitensi, russi, turchi, iraniani e sauditi

E l’Europa? È scomparsa da questo conflitto, che pure si svolge alle sue porte ed è all’origine di gravi conseguenze: per la sua sicurezza, con la minaccia terroristica; per la sua stabilità, con i flussi migratori; per le sue finanze, perché deve pagare la Turchia per bloccare i migranti; infine per la sua credibilità politica.

Il conflitto siriano è gestito senza gli europei, in un gioco complesso e poco nobile, da statunitensi, russi, turchi, iraniani e sauditi, ciascuno dei quali ha un ruolo in questa guerra civile, fornendo denaro, armi, aerei e, in alcuni casi, soldati.

Solo la Francia mantiene un ruolo militare in Siria al fianco degli Stati Uniti, ma il suo peso politico appare ancora più marginale se si pensa alla difficoltà con cui ha dovuto ingoiare il voltafaccia di Washington che nelle trattative con la Russia ha accettato di mettere in secondo piano l’allontanamento del presidente siriano Bashar al Assad.

L’Europa, in forma collettiva attraverso l’alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini e individualmente attraverso i più attivi dei suoi stati, era uscita rafforzata dai negoziati sul programma nucleare iraniano. È invece inesistente, anche come forza propositiva, nel principale conflitto che sta oggi definendo i rapporti di forza internazionali. Questa è la triste constatazione dell’estate del 2016.

fonte: internazionale.it

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